lunedì 13 agosto 2018

Il mostro gialloverde e…


La resa dei conti

Dati Gennaio 2018 - Il Fatto Quotidiano

La situazione politica attuale è probabilmente frutto di un "congiuntura comportamentale" delle principali forze antagoniste che – per semplificare – chiameremo DESTRA e SINISTRA.

Prologo

A DESTRA ci si è sempre presi un po' troppo sul serio (da Odino a Wagner,  tra tavole rotonde e Conclavi plebiscitari al Papa polacco, però) in una bellissima ed immaginifica visione della realtà, a volte confermata, ma più spesso smentita da fatti e personaggi susseguitisi sulla scena.
Che cosa divide la DESTRA?
È forse la questione impegnativa del "Dio, Patria e Famiglia", impossibile da gestire tra monoteismi cristiani (ed ebraici) e politeismi del Walhalla? tra repubblicani, monarchici e sansepolcristi? tra "famiglia Brambilla" e "stile Califano"?
Vedremo più avanti.

A SINISTRA, invece, ci si prendeva meno sul serio, consapevoli del fatto - non di essere seri - ma di essere "culturalmente" (e a ragione, per molti versi) molti gradini più in alto, anche se aver letto molti libri non significa necessariamente averli compresi o correttamente interpretati.
Su questa riva, comunque, a prima vista, le cose sembravano semplificate.
Vediamo subito.
Nessun Dio di alcun Tempio cui rendere grazie, nessuna Patria da onorare, né Nazione da difendere, ma soltanto uno Stato marxista (spesso assistenziale).
Mentre la diatriba (occultata) era tra "famiglia Fantozzi" – che scopre le teorie del "proletariato vessato dai padroni" soltanto grazie alle rivelazioni "dotte" di un Folagra metà anarchico, metà autonomo nelle intenzioni, ma tragicamente "dipendente" nei fatti – e lo stile "Ikarus" di D'Alema, archetipo del radicalchic nell'immaginario collettivo di DESTRA, che addirittura schifa Capalbio per veleggiare dove più gli pare: lui – secondo alcuni – i Rolex li indosserebbe una volta soltanto, poi li regalerebbe agli "inferiori", cosciente di quanto lo status symbol sia più una gabbia, che un paio d'ali.
Anche se Icaro – aggiungiamo – con le sue (di cera) poi precipitò essendosi avvicinato troppo al calore del sole (dell'Avvenire*).

Non sto qui ad elencare la bibliografia e la biografia degli autori di riferimento relativi alle appropriazioni indebite dell'una e dell'altra parte.
È corposa e la potete trovare facilmente in rete, mantenendo distacco, senso critico e verifica incrociata delle fonti, però: non chiedete mai all'oste se il suo vino è buono, la risposta sarà ovvia.

Quanto espresso farà mugugnare gli intellettuali (o presunti tali) soprattutto di DESTRA, ma è un fatto: il divario tra "chi ha studiato" veramente e chi si è pigramente appoggiato alle teorie "destrorse" e "sinistrorse", spesso travisandole e manipolandole ad usum delphini, è abissale.
È la nota teoria del lampione spento di notte**: anche se non si vede a un palmo dal naso – anzi, proprio per questo – è pur sempre un appoggio.

*-**A DESTRA sostengono che non c'è notte così lunga da impedire al SOLE di risorgere con riferimenti più al Dio Sole che alla stella che ci scalda e illumina, a SINISTRA aspettano ancora il Sol dell'Avvenire, ma utilizzando medesima iconografia del Sol Levante che, però, nasceva prima sul Giappone dell'asse Ro-Ber-To dell'Imperatore Hirohito (il Patto d'Acciaio con Hitler e Mussolini) che sulla Cina comunista di Mao.
Avvenire è anche la Testata indipendente, ma di ispirazione cattolica che tratta notizie di interesse socio-umanitario con i medesimi toni dell'apertura all'accoglienza auspicata dalla sinistra, ma con motivazioni dalle sfumature diverse.
Particolari, si dirà, ma comunque interessanti per avere un quadro completo sulla visione delle due fazioni.

Quindi, sintetizzando:

- a DESTRA si schierano alcuni intellettuali relativamente rilassati, altri nervosi, se non isterici pseudo intellettuali radicalchic e, infine, militanti variegati non classificabili in dettaglio, più o meno estremisti e non sempre presentabili nei salotti buoni, poiché, al pensiero ponderato, preferiscono l'azione non ponderata.
Stanno quasi tutti in piedi: Marcia su Roma!

- a SINISTRA ci sono intellettuali quasi sempre in piedi, poi intellettuali e non seduti o sdraiati, comunque molto rilassati radicalchic e, da ultime – funzionali, per voto e utilizzo – ci sono le masse proletarie alla mercé, un po' per scelta di comodo, un po' per obbligo naturale, a quanto è dato sapere.
In piedi e di corsa: la Lunga Marcia.

Un esempio metaforico accessibile a tutti

La DESTRA postfascista di Almirante e predecessori ha ideologicamente fornito case nere del fascio con mobili neri nelle quali abitare, ma non si poteva cambiare né il colore, né la disposizione interna.
Ciò è funzionale alla rigida (e auspicata) formazione di derivazione militare del "camerata", ma – esaurito il tempo della militanza, che termina inesorabilmente dopo qualche anno – l'impostazione marziale va stretta a tutti, sia agli intellettuali (tra i quali ci sono spocchiosi "battitori liberi", come amano definirsi) sia agli ignoranti che pensano ormai di sapere e che fanno della spocchia di rimbalzo un innalzamento culturale da guerriero rozzo a samurai evoluto, fino a grottesco piccolo borghese dal Saluto Romano facile.
Gesto del quale non comprendono le impegnative implicazioni diritti/doveri di una società che non contemplava libertà e democrazia, ma impero aristocratico e schiavitù plebea.
Insomma, si vorrebbero unire la marzialità di Sparta e la cultura di Atene, se si preferisce come esempio.
Bello e impossibile.

La SINISTRA antifascista di Togliatti (più che comunista di Berlinguer o Ingrao) ha, invece, ideologicamente fornito mattoni rossi per costruire case e mobili rossi da posizionare come si riteneva più opportuno.
Ciò ha dato la sensazione, ingannevole, di libertà e uguaglianza – sfociando spesso nell'anarchia illusoria (Folagra-Fantozzi) – a tutti i compagni, i quali l'abitavano felici (talvolta a sbafo) e si sentivano tutelati nella casa pur rossa dai mobili pur rossi con i cassetti pur rossi.
Una "militanza diluita", quasi inconsapevole, più furba che intelligente e assai meno impegnativa per tutti, ma sicuramente più funzionale* al Partito che a loro stessi come singoli: la differenza tra unità ed unione più volte ribadita altrove.

*Quando fu il momento della responsabilità di Governo voluta da Berlinguer, sia i seguaci di Amendola che quelli di Ingrao (per non parlare di quelli di Cossutta) fecero un silenzioso e cauto passo indietro: era meglio rimanere all'opposizione, sotto l'ascella sinistra protettiva della DC, anziché rischiare crisi di fiducia delle quali assumersi responsabilità davanti al popolo che avrebbe iniziato a porre scomode domande su come mai i difensori dei proletari, una volta al governo, non fossero capaci di attuare le premesse e le promesse dello Stato perfetto.
Togliatti era morto da tempo, chissà come avrebbe agito?

PS: L'intellettuale-contadino è uno studioso di buona famiglia con l'hobby dell'orto in casa; il contadino-intellettuale è un povero bifolco con aspirazioni superiori; il primo è un radicalchic "di sinistra", il secondo è un proletario comunista autentico.

Lo status quo

Ci fu, quindi, il tentativo dello sfondamento a SINISTRA da parte della DESTRA "transigente" (non si equivochi e non si estenda arbitrariamente, continuate a leggere) che ha visto pochi esponenti di quel mondo impegnati nel tentativo – intrapreso più o meno in buona fede, più o meno seriamente, ma comunque miseramente fallito – che non piacque ai duri e puri "intransigenti".
Ne citiamo tre tra quelle che riteniamo maggiormente rappresentative nel panorama del Movimento Sociale post Almirante, anche se in esse, ad esse e da esse sono inglobate, congiunte e ne sono scaturite altre che tutt'ora rappresentano la scriteriata frammentazione del centro-destra/destra/estrema-destra.
Ci si riferisce, in particolare*:
- all'«Abiura di Fiuggi» e al «Male Assoluto» di Gianfranco Fini con Alleanza Nazionale;
- all'evitare inutili e dannosi «torcicolli in camicia nera» (ma senza rinnegare il passato) di Pino Rauti;
- alle notevoli disamine di Giano Accame, probabilmente il più equilibrato nell'esporre lucidamente la propria teoria della retorica della transigenza**, la quale avrebbe meritato maggiori attenzione e seguito.

* NB: Se questo excursus vada dal migliore al peggiore o viceversa, oppure in ordine diverso, dipende da chi legge, non da scrive. 
** Per approfondimenti: 
RETORICA della TRANSIGENZA - Giano Accame attraverso i suoi libri, di Carlo Gambescia, Edizioni IL FOGLIO, Piombino, giugno 2018.

Poi venne il turno della SINISTRA: sopravvissuta "miracolosamente" a Tangentopoli – forse graziata da Di Pietro, chissà? – ma pesantemente fiaccata dalla caduta del Muro di Berlino (e di Mosca), fu costretta a provare con lo sfondamento a DESTRA, con i vertici oramai consapevoli del fatto che la strada del "comunismo ad oltranza" fosse – se non un vero e proprio vicolo cieco o addirittura un suicidio – quantomeno un percorso giunto al bivio delle "decisioni epocali", per dirla con Pino Rauti*.
Ecco spiegate le continue metamorfosi dell'ex PCI con le numerosi ridenominazioni nel tempo fino a giungere al Partito che si definisce Democratico per antonomasia, tradendo, così facendo, le stesse intenzioni democratiche.

*Pino Rauti, un politico molto più attento alle modificazioni in atto tra le file degli avversari che presso le proprie, probabilmente sottovalutandone o sopravvalutandone i componenti.
Un errore strategico, più che tattico, se vogliamo: nonostante il proverbio diffuso "camerata, camerata, fregatura assicurata", Rauti si fidava del suo entourage, anche perchè, dopo la scissione di Fiuggi, non era poi così numeroso: era solito dire che più che militanti erano rimasti milipochi, dimostrando spirito umoristico in una situazione preoccupante per il MSFT.
Di questo parlerò più approfonditamente in un capitolo dedicato di un libro di prossima pubblicazione che riprende le argomentazioni citate nella nota precedente.

Epilogo

Il ventennio che da Occhetto porta a Renzi, passando per D'Alema, è testimonianza della trasmutazione auspicata dalla SINISTRA, anche se ciò ha creato facili entusiasmi prima e altrettante delusioni e disillusioni poi.
Pertanto, mentre i pochissimi duri e puri di entrambe le sponde sono rimasti fermi dove erano – ma senza rappresentanti all'altezza del gravosissimo compito irrazionalmente autoassegnato – il grosso del bacino di consenso si è fisiologicamente travasato in 5 Stelle.

Grillo e Casaleggio.
Infatti, così come la Lega Nord e la Liga Veneta intercettarono il malcontento tra i nordisti verso il centro-sud "pigro e ladrone", così l'architetto (Casaleggio) – non il geometra (Grillo) – ha intelligentemente intercettato il malcontento tra popolino e governanti, inventando dal nulla (è il caso di ribadirlo: NULLA) un Movimento destinato a diventare "partito", cosa peraltro già inclusa nella partizione concettuale iniziale: "noi siamo tutti onesti, chi non è con noi è un ladro".
Un'inversione dell'onere della prova assertiva esclusiva e non inclusiva (se sei onesto, vieni con noi) tipica di chi non ha altri argomenti se non quelli costruiti su un tavolo di un'agenzia pubblicitaria per inventare un plus per un prodotto che non ne ha.
Infatti si tratta di una commistione tra inclusivo ed esclusivo che è una contraddizione in termini trasformata in slogan di successo e di consenso.

Salvini.
Non è neanche un caso che pure la Lega abbia cambiato pelle, cioè che da movimento separatista/secessionista esclusivamente "padano" si sia trasformata nel "Partito di Salvini", Nazionalista "ad libitum et officium", con codazzo di sovranisti di comodo.
Ciò non meraviglia: l'esperienza da gregari "fondamentali" con Berlusconi ha insegnato loro come comportarsi, anche se, sia la Lega, quanto i 5 Stelle, sono innamorati della voglia di governare che aveva Berlinguer, ma ignorano completamente le motivazioni della prudenza di Amendola, Ingrao e Cossutta: il popolo elegge, il popolo distrugge.

Conclusioni

Quando parlo di mostro bicefalo/acefalo gialloverde, mi riferisco a questo brodo "ultimordiale" (scusate l'ennesimo neologismo orribile, ma visionario e calzante).

La stella da sceriffo è sul cuore, a SINISTRA, il portafoglio è nella tasca posteriore DESTRA, portando la mano dall'una all'altro ci si ferma spesso sulla pistola, quando si arriva al redde rationem.

Di Andreotti ne nasce uno ogni duecento anni, di cialtroni opportunisti ne nascono dieci al giorno.

domenica 12 agosto 2018

Un giro dalle parti del libero arbitrio*


Scambio di merce e merce di scambio


Ognuno spende i propri soldi come vuole o ognuno si suicida come vuole?


La società – a mio giudizio, badate bene – può essere (e dico può, non affermo che è) subdolamente veicolata con bisogni indotti.
Si potrebbe obiettare che esista il libero arbitrio, certo, esiste: ognuno è libero di spendere i propri soldi come vuole, oppure regalarli o donarli (se gli avanzano). O, ancora, prestarli ad usura, ma questo è un altro discorso.
Se – in moltissimi casi – si tratta veramente di consapevole libero arbitrio, in molti altri di che cosa si tratta? Di bisogno di status symbol? di emulazione? o di chissà cosa altro?
Di qui, l'induzione al consumo e, da quello motivato e consapevole al consumismo, il passo è breve.
Non interessa qui il caso del miliardario che consuma tutta la cocaina in circolazione (né interessa come sia diventato ricco, né come abbia deciso di suicidarsi, per inciso), ma il caso del metalmeccanico che spenda due interi stipendi per un articolo soggetto ad obsolescenza precoce (e probabilmente programmata, con guasto immediato appena scade la garanzia) e valore intrinseco nullo, anziché investire quel poco che ha o che guadagna in qualcosa di duraturo, utile o addirittura indispensabile.

"Affari loro" – direte.
Fino a un certo punto: tra "quelli che non arrivano alla fine del mese" ci sono quelli che stringono la cinghia, ma ci sono anche i furbetti, cioè i questuanti del "reddito di cittadinanza", del diritto alla casa popolare senza diritto, della decrescita felice, del livellamento verso il basso, dell'assistenzialismo statale, ovvero, un costo sociale per tutti non compensato.
È, probabilmente, l'humus migliore per il germogliare dei populismi generati dall'invidia sociale.

Analizziamo.
"Se non hanno i soldi per mangiare, figuriamoci per risparmiarli" – direte ancora.
Sì, vero, in effetti si risparmia quando si può per sopravvivere quando non si può più farlo, ma allora perché spendere soldi a casaccio in periodi di vacche magre?
Non stupisce, quindi, che ad accrescere il numero dei "complottisti di comodo" (non i pochi che distinguono tra teorie campate in aria e quelle sulle quali è opportuno e consigliabile porsi delle domande) vi siano persone perlopiù appartenenti a questa categoria.
Ma non soltanto e non tutti, come anticipato e come cerco di spiegare.
È fisiologico: se non stai bene (o fingi di star male), chiedi aiuto, invochi protezione o denunci persecuzione, ma – proprio per questo – occorre distinguere tra bisognosi autentici e i furbetti citati.

Vediamo.
Le cronache e le statistiche ci raccontano che sono aumentati i suicidi tra persone che hanno perso il lavoro e tra imprenditori "sfortunati".
Cinicamente si potrebbe affermare che un suicida sia una bocca in meno da sfamare, ma sono anche due braccia tolte all'agricoltura (che gli italiani… etc.), all'industria (sempre più delocalizzata), al commercio (sempre più in mano a grande distribuzione ed esercenti stranieri), ai servizi (sempre più scarsi), al lavoro in genere, insomma alla produzione che dovrebbe generare il PIL e, di conseguenza, consentire i consumi.
Un corto circuito.

Non mi sembra che si tratti del migliore dei mondi possibili; possiamo accontentarci, sicuramente, potrebbe andare peggio (e sembra la strada imboccata), ma si potrebbe anche fare di molto meglio.

Ma attenzione: quando dico "non è il migliore dei mondi possibili" intendo dire che non è ANCORA il migliore dei mondi possibili: non rimpiango alcun "bel tempo andato", se non la mia spensierata giovinezza, che nulla ha a che vedere con i secoli e i millenni precedenti, imperi mediterranei, mediorientali, asiatici, centro-sud-americani, medievali, barbarici, rinascimentali, illuministici o risorgimentali in ordine sparso con le loro "religioni" politeistiche, monoteistiche, ecclesiastiche, confessionali, fideistiche, laiche e profane.
Pertanto la mia è una visione futuribile, non "passatista": "si stava meglio quando si stava peggio" o populista: "è tutto un magna-magna".
Sono moderatamente ottimista, ma rimanendo nell'ambito del realismo, però, senza derive new-age, l'era dell'Acquario o roba del genere hanno già prodotto delusioni, disillusioni e, talvolta, disastri.
Quindi non sono contro la modernità e il progresso: infatti ho qualche riserva sulla teoria di Massimo Fini sul "Denaro sterco del demonio".
La definizione, inoltre, contiene una contraddizione in termini, cioè "de-monio", anche se l'autore cerca di distinguere tra denaro senza valore intrinseco e con valore attribuito, ma inteso come merce di scambio (il denaro non è il mezzo, ma il fine), e moneta con valore intrinseco o attribuito intesa come strumento (mezzo) di scambio di merce in sostituzione del baratto.
Ovvero della trasformazione della produzione per fabbisogno alla trasformazione in consumatori seriali, semplificando in eccesso, lo so.

Per alcuni non esistono le famiglie che non arrivano a fine mese, d'altronde, da sempre, la saggezza popolare sostiene che il sazio non crede all'affamato.
Tale negazione è spiegata dall'assunto aprioristico – erroneamente generalizzante – che si tratti indistintamente di "paraculi fancazzisti" (i furbetti), quelli che sanno soltanto chiedere allo Stato in maniera parassitaria nei confronti degli altri che producono.
Pertanto, occorrerebbe seriamente mettere mano alle statistiche, pur sempre troppo ottimistiche: è più facile indicizzare i redditi (furbetti a parte) che individuare l'invisibile che muore di fame.
In ogni caso, non si possono prendere a campione soltanto i dati che confortano il proprio assunto aprioristico, non è intellettualmente onesto.
E poi, come si fa a definire la produttività?
Per il metalmeccanico o l'impiegato statale, il filosofo è un fancazzista e, spesso, viceversa, se il filosofo è un furbetto.

Occorre anche precisare – però – che la massa dei "complottisti di comodo" si annida nel ceto di livello medio-basso, sia economicamente che culturalmente, ovvero quelli (molti, ma non tutti) che chiedono assistenza allo Stato per i bisogni di prima necessità (casa, sussistenza alimentare e servizi), ma dilapidano quel poco che si guadagnano in beni futili o inutili.
Coloro i quali hanno rendite da posizione (impiego statale et similia) oppure i benestanti da rendite personali, non hanno motivo di lamentarsi, se non in maniera marginale, blanda, magari ipocrita, ma sicuramente non in misura "complottistica": non converrebbe loro smontare un sistema che, tra alti bassi, tutto sommato, li lascia vivere abbastanza bene.

Attenzione: non criminalizzo alcuna delle categorie citate, come vorrebbero fare (e hanno fatto) assolutismi e autoritarismi che pretendono di "educare" il singolo per educare il popolo, ne faccio soltanto una lettura analitica, pertanto si tratta innanzitutto di un'analisi più profonda sulla natura antropologica del singolo che soltanto successivamente sfocia in quella sociologica, come fenomenologia delle masse.
Non a caso quando parlo di status symbol o di che cosa altro? sono interrogativo, non assertivo.
In sintesi non sono teorie definitive sul giudizio finale alle persone e alla società, ma soltanto domande funzionali allo sviluppo del ragionamento, tenendo sempre presente che la libertà di chiunque finisce non quando (tempo), ma dove (spazio) inizia quella altrui.
Per questo motivo il libero arbitrio funziona bene in modalità soggettiva e scricchiola in quella oggettiva/collettiva.
Questo è quel che penso, giusto o sbagliato che vi sembri.
Questo è quel che è, altrimenti non è.
Né libero arbitrio, né libertà, né niente altro.



*Libero arbitrio
da http://www.treccani.it/enciclopedia/libero-arbitrio/
Espressione usata per indicare la libertà dell'uomo, i cui atti non sono determinati da forze superiori (di tipo soprannaturale o naturale), ma derivano da sue autonome scelte.
Nata sul terreno delle discussioni teologiche cristiane, in relazione alla conciliabilità tra onnipotenza e onniscienza divina e libertà umana, è in connessione con i problemi della grazia, della predestinazione e dell’origine del male. 

S. Agostino distingue il libero a. dalla libertà perfetta, che l’uomo avrebbe perduto in seguito al peccato originale, identificandolo come quel posse non peccari per cui esso diviene essenzialmente inclinazione al bene, pur potendo volgersi al male.
Nella scolastica il concetto di libero a. venne sviluppato in connessione al problema della volontà e della razionalità della scelta.
In S. Tommaso esso viene a identificarsi con la volontà e la volontà libera non può non attenersi ai dettami della ragione.
In antitesi all’intellettualismo tomistico una concezione volontaristica tende a ritrovare la libertà del volere nella totale indipendenza della volontà rispetto ai motivi dell’agire: così in G. Duns Scoto la libertà è intesa come possibilità di determinarsi ad azioni opposte, mentre in Guglielmo di Occam si accentua il carattere arbitrario della scelta, l’indifferenza rispetto a qualsiasi tipo di motivazione.

giovedì 12 luglio 2018

La difesa della razza "reloaded"


Le razze non esistono – dicono. Ok.
Pertanto non avrebbe senso parlare di società multirazziale?
La parola "razza" andrebbe sostituita con "etnia" – dicono – anche se non sono affatto sinonimi.
Con "etnia", infatti, si intende "forma e sostanza" di un popolo, dallo ius sanguinis allo ius soli, passando per il colore della pelle e gli ordinamenti.
Un'etnia, pertanto, non è una parzializzazione di sradicati ripiantati altrove, ma è ciò che essi diventano – da soli o insieme agli autoctoni – dopo anni di integrazione, qualora auspicata, auspicabile e, soprattutto, possibile.
Conclusione.
Società multirazziale è una definizione "politicamente scorretta", ma dal significato semantico corretto, ovvero descrive quella fase preintegrativa che precede la formazione dell'etnia, possibilmente più stanziale che nomade.
Società multietnica è una definizione "politicamente corretta", ma dal significato semantico errato, ovvero si tratta di un ossimoro: l'etnia ha significato comunitario, pertanto o è unica oppure non è.
In sintesi multietnia è più "razzista" di multirazza, poiché, con bella parola, nega l'evidenza.
Come la cameriera che nasconde la polvere sotto al tappeto.
Ho tentato di mantenere le distanze da entrambe le posizioni, sia quella stupidamente "razzista" a prescindere, sia da quella sostenuta da chi riduce la questione a una semplice negazione dell'integrazione.
Non è, infatti – a mio giudizio – soltanto un problema antropologico e/o antropomorfico.
Io nego la supremazia assoluta di una "razza" (generica e virgolettata) sull'altra, ma non nego affatto le differenze che le distinguono, fosse soltanto per un misero 1%.
D'altronde l'intelligente è "razzista" con il cretino, il ricco con il povero e il bello lo è con il brutto, anche se fanno parte della medesima "etnia" consolidata.
Alle differenze fisiche e mentali si aggiungono poi gli usi e i costumi, ovvero ciò che fa di una popolazione disomogenea un popolo omogeneo, ovvero una etnia compiuta.
Come dissi in un altro post, la tutela della "razza" pura è più antica dei tentativi recenti di Hitler, anzi, si potrebbe affermare che il tentativo scomposto del dittatore nazista fu più una reazione dettata dalla paura che un'azione ponderata.
Mi ha sempre fatto sorridere che, chi auspicasse un popolo formato da giganti biondi e amazzoni potenti, fosse bruno e di statura modesta.
Probabilmente era l'istinto di un padre che voleva figli più alti e più belli di lui, rovesciando esclusivamente sull'aspetto fisico la volontà di potenza e supremazia.
Le deportazioni degli ebrei non hanno nulla in comune con quelle attuate dai coloni americani, nel primo caso si trattava di "pulizia etnica" (appunto), nel secondo era semplicemente annichilimento di un potenziale reazionario da addomesticare a forza lavoro (schiavitù).
In sintesi.
Posso essere più bravo di un giocatore di basket in qualsiasi attività, tranne che nel tirare una palla nel canestro, per ovvie limitazioni fisiche.
Ciò non mi impedisce, però, di allenare una squadra e festeggiare una vittoria con loro a cena, in ogni caso non mi troverei a mio agio a discutere con loro in ascensore.
La linea degli occhi è importante, per questo si discute seduti e si litiga in piedi. 

mercoledì 4 luglio 2018

Salvini e Di Maio al timone "democratico" grazie al… PD

Luigi Di Maio e Matteo Salvini, entrambi vicepremier di Conte

Sono stato ad osservare per un po' in silenzio le reazioni all'operato di questo governo.

Per quanto non mi dispiacciano del tutto alcune posizioni salviniane, non posso non ricordarmi del suo passato secessionista.
Credo nel federalismo intelligente, non nell'extrema ratio che genera la frustrazione derivante dall'impossibilità di realizzarlo correttamente e in tempi brevi.

Ma veniamo al punto.

Qualsiasi partito aderisca a (e faccia parte di) un sistema democratico è – per definizione – democratico.
Pertanto, autodefinirsi democratici è pleonastico.

Tutti i partiti che accettano la struttura parlamentare bicamerale che si forma dopo regolari […] votazioni ed elezioni (non sono sinonimi, è bene ricordarlo) sono "democratici" e nessuno lo è più di altri, altrimenti viene meno il presupposto di base.

Ciò significa che il tentativo di ridefinire il sintagma – sia letterale, che di ordinamento politico vero e proprio – da un'iniziale struttura scissoria (esclusiva, appunto, partitica) porta al pleonasmo aggregativo (inclusivo, positivo nelle intenzioni, ma devastante nelle applicazioni).

Perché devastante?
Perché farlo con aggettivo – e non con sostantivo come faceva la Democrazia Cristiana, la quale delegava all'aggettivazione la parte "religiosa" di derivazione sturziana, vero zoccolo duro di quel partito – porta ad una confusione che non giova a quel comunitarismo al quale tutti i partiti della prima repubblica si appellavano per definire e rafforzare il proprio consenso.

Mani pulite distrusse quelle convinzioni poiché i "correntoni", alla lunga, indebolirono la struttura della linea portante "Sturzo-De Gasperi-Andreotti".
Le tangenti, quindi, erano soltanto un utile corollario che Di Pietro utilizzò, forse inconsapevolmente, più per abbattere Craxi che per creare un effetto domino probabilmente indesiderato.

Anche se il PCI non ne venne intaccato, il 1989 non poteva essere ignorato: una muta di pelle era comunque indispensabile.

Sarebbe filato tutto liscio come l'olio se Occhetto e Compagni non si fossero imbattuti in un personaggio che da Tangentopoli, anziché riceverne bastonate, paradossalmente ne ebbe benefici: Silvio Berlusconi.

Egli doveva fungere da capro espiatorio, ovvero doveva far sembrare i Rossi candidi e puri, più bianchi della neve (e della Balena).

Non andò così: gli ex PCI cambiarono pelle, sì, ma troppe volte, come una donna vanitosa prova più vestiti prima di decidere quale indossare per uscire con un uomo che le interessa.

Ne risultò qualcosa che, via via, strizzava l'occhio agli avversari storici, creando malumore nei duri e puri di entrambe le fazioni.

Se Berlusconi non ha più il carisma, l'età e l'energia di una volta per approfittarne di nuovo, altri – ben più giovani, ma spalleggiati da grandi vecchi – hanno approfittato di questo "buco comunitaristico" per riempirlo con il populismo un tanto al chilo.

In sostanza, il risultante PD è il vero artefice involontario della situazione politica attuale, dapprima con la creazione di personaggi come Renzi, un uomo per tutte le stagioni, ma per nessuna che soddisfi i desiderata popolari (e/o populisti) e poi con la conseguente generazione del suo opposto.

E D'Alema lo sa, come lo sapeva Bersani, ma nessuno lo ha ascoltato, innamorati come erano dell'uomo per tutte le stagioni che invece è durato poco, come scrissi profeticamente in tempi non sospetti.

Insomma, Salvini (e Di Maio in seconda battuta) ringraziano gli ex comunisti.

Inutile rincorrere, occorre proporre, ma seriamente, altrimenti lasciate perdere.

venerdì 29 giugno 2018

BUDELLO

Nel 1977 avevo 11 anni.
Leggevo – curioso – tutte le scritte sui muri, da quelle dei Romeo, vergate lente a romantico pennello di fronte al balcone di Giulietta che li aveva mollati, a quelle della contestazione politica, delle lotta studentesca e degli antagonisti eseguite più rapidamente (per ovvie ragioni) con bombolette spray.
Ne ho già parlato in un altro post in riferimento agli anni di piombo, ma era una questione circoscritta all'Italia.
E l'Europa?
Due scritte, in particolare, mi destavano interesse, ma – come al solito – era inutile chiedere spiegazioni, perché – se e quando le ricevevo – avevo sempre la sensazione che si trattasse di un pacchetto preparato per l'occasione, una buona scusa per l'assoluzione generazionale, come a dire: il terrorismo c'è, ma non è colpa nostra.
Spero di non dare medesima impressione.

Le due scritte, diverse, ma assonanti, erano:
NÉ USA, NÉ URSS, EUROPA NAZIONE.
NÉ DESTRA, NÉ SINISTRA, TERZA POSIZIONE.
Anni dopo – prima al liceo, poi nel lavoro – ebbi modo di approfondire la questione, anche perché dalla scrittura tutta in maiuscolo "stampatello" non si capiva che quella "terza posizione" fosse una firma, un "logo", più che un luogo (comune).
La struttura similare delle frasi – idonea per slogan cadenzati e scanditi in corteo pre-comizio – le rendeva belle, scolpite, non lagnose, impegnative ed esigenti, ma anche criptiche per le persone comuni.
Ricordo che un bidello corpulento (lo chiamavano crudelmente e ignobilmente Budello), dovendo rimuovere le scritte da un muro, disse irritato: "ma se po' sape' che cazzo cercano questi?".
Ragazzi più grandi di me lo offesero, altri lo difesero, ma entrambi i gruppi lo dimenticarono, tanto la scusa per darsele di santa ragione l'avevano già trovata.
Budello rimase ignaro ed impassibile: continuò a strofinare e raschiare la scritta con straccio, secchio e scopettone d'ordinanza.
Dava un'occhiata ogni tanto, giusto per non essere accusato dal preside di non aver provato a sedare la rissa, se ci fossero state conseguenze gravi.
Rissa della quale era stato causa, ma ignorandone del tutto i motivi.
La forma delle frasi, tutt'oggi, rimane viva in alcuni nostalgici; mentre la sostanza è mutata in qualcosa di diverso e assai peggiore di quanto auspicato.
Chissà se Budello è vivo e vota insieme a voi?

sabato 16 giugno 2018

Trenta anni senza Pazienza


L'autografo con "dedica" sulla mia copia di "ZANARDI"

Nel 1986 avevo venti anni, Andrea Pazienza trenta.
Quando ci trovammo l'uno di fronte all'altro, ad una mostra che esponeva suoi disegni in una galleria al Pantheon, a Roma, lui era un autore ed artista già affermato, ma costretto in quei panni nei quali probabilmente non si trovava più a suo agio da tempo, quasi sicuramente disgustato dall'obbligo di dover ormai produrre cose che piacevano più al pubblico pagante che a se stesso, mentre io ero un ragazzetto qualunque in attesa di partire per il servizio militare, abbigliato come voleva la moda "paninara" del tempo, più affascinato dal suo tratto spontaneo e perfetto anche quando abbozzato che dal significato sociopolitico intrinseco delle sue tavole.
Mi presentai, dopo una breve fila (era presto) con l'albo "Zanardi" aperto ad indicare la pagina sufficientemente bianca dove avrei voluto che rilasciasse il suo l'autografo.
Era seduto su una panca di legno verniciata di bianco come il muro dietro, non aveva un tavolo davanti a sé.
Con le gambe accavallate creava l'appoggio per scrivere o disegnare.
Quando fu il mio turno, alzò gli occhi (che aveva sempre mantenuto bassi), ma muovendo poco la testa: anziché vedere un paio di "polacchette" malandate (l'imitazione economica delle "Clarks Desert Boot") indossate dai ragazzi simpatizzanti di sinistra, vide un paio di scintillanti Timberland tirate a lucido.
Poi vide i Levi's 501, la polo Lacoste e infine i RayBan lenti a specchio con montatura nera a goccia.
Per acquistare il kit del perfetto "tozzo" (così si chiamavano i "paninari" a Roma) impiegai anni vendendo fazzoletti e "arbre magique" in periferia, insieme a ragazzi e ragazze molto più disperati di me
Mentre – probabilmente – il finto proletario che mi aveva preceduto nella fila degli autografi i soldi li chiedeva a mamma, anzi, era lei a darglieli per compensare i sensi di colpa tipici del genitore radical chic.
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«Che ci fa un "fascista" davanti a me?»
«Perchè mi chiede l'autografo?»
Deve aver pensato per un attimo, almeno così sembrò.
Poi, riabbassò lo sguardo e fece un rapido disegno con dedica, probabilmente pensando che non rappresentavo un pericolo come quello che aveva conosciuto bene in passato o forse per evitare che io lo diventassi in futuro.
La differenza tra noi, infatti, era principalmente che lui aveva già vissuto troppo e io ancora per nulla, esclusa la vendita porta-a-porta di alberelli profumati per automobili, ovviamente.
Morì due anni dopo, il 16 giugno del 1988, e ne rimasi scosso quasi quanto avessimo condiviso il tavolo da disegno (magari!) anziché averlo incontrato una volta soltanto.
Conservo i suoi lavori, ogni tanto li rileggo, non mi stancano mai, capisco un pezzo in più di quella generazione che, per poco, non è stata anche la mia: quella di metà anni '60, quella che aveva 15 anni agli inizi degli '80 e 25 agli inizi del '90, quella che per casuale auspicio prenatale scelse di nascere per rimpiangere il bel tempo andato dell'adolescenza e della maturità, anziché piangere morti, tra "compagni" e "camerati".
"Dopo il gelo degli anni di piombo, scaldiamoci al calduccio di questi anni di merda", scrisse didascalico ALTAN in proposito – un altro grande interprete del periodo contemporaneo – in una sua celeberrima vignetta, a proposito della transizione '70-'80.
Aveva ragione, ma fino a un certo punto, il piombo poteva tornare a scaldarsi velocemente, anche sotto mentite spoglie.
Chissà da che parte saremmo stati, se mai siamo stati da qualche parte.

domenica 1 aprile 2018

Il mostro bicefalo

Il governo gialloverde – secondo me, puntualizzo – è formalmente un mostro bicefalo, quindi sostanzialmente acefalo.
L'estensione esagerata della democrazia anche nelle sedi istituzionali porta ad unire tifoserie che si scannerebbero volentieri.
Lega e 5 stelle dovrebbero essere all'opposizione l'una dell'altro, non governare insieme: troppe divergenze programmatiche.
Forse è questo il motivo principale delle bagarre generata dall'opposizione, anche essa – peraltro – composta da anime profondamente diverse e differenti tra loro.