domenica 29 gennaio 2017

Sui proclami elettorali


Un comizio deve essere tenuto con linguaggio semplice, ma roboante, per coinvolgere tutti e tenerli fermi in platea;
un'orazione congressuale, invece, va esposta con linguaggio appropriato e, purtroppo, non accessibile a tutti, ovvero rivolto ad un pubblico che abbia strumenti di comprensione superiori alla media.
 La differenza tra un comizio di piazza e un "comitato centrale" è tutta qui.

Tradotto: la politica contemporanea soffre dell'incapacità dei suoi esponenti nel saper coniugare il populismo moderno con il politichese d'annata, un virus che contagiava l'intero Arco costituzionale della prima Repubblica e quello parlamentare della seconda.

Il risultato, oggi, non è un vino di minor qualità – tuttavia comunque gustabile e a buon mercato – ma acqua sporca di fondo di tino.

Siamo lontani dalle sintesi, così è facile promettere, difficile è mantenere, senza mezzi e senza consenso che superi percentuali di rilievo: 25mila persone in piazza sono un'inezia alle urne su base nazionale.
Andare a votare senza legge elettorale "coerente" è un suicidio politico.

I programmi? Poi ci penseranno a come attuarli, per il momento si urla alla sovranità come su Facebook, ma senza avere la minima idea su come attuarla senza spargimenti di sangue.

I 5 Stelle – forse, ma non ne sono sicuro – lo hanno capito (solo dopo averci sbattuto il muso, però), gli altri mi sembrano lontani dal conseguire il risultato, impegnati come sono a rispolverare slogan vecchi di quarant'anni.

Chi non ha vissuto quel periodo non può capire e potrebbe cadere di nuovo nell'illusione che ha rovinato (o terminato) la vita di molti che vi hanno creduto.

Spero di sbagliarmi.


2 commenti:

Carlo Gambescia ha detto...

Ottimo. Ti ho condiviso. Un abbraccio!

Carlo Pompei ha detto...

Grazie, un momento veramente buio ;)