venerdì 19 ottobre 2018

Il pensiero e l'azione
Volontà, talento, possibilità





Si è già scritto in proposito, lo so.
Non cito, perché da Mazzini in poi (ma anche prima) la lista è lunghissima ed abbraccia (o aborrisce) numerose ideologie, religioni "laicizzate" e surrogati vari.
Spesso il pensiero e l'azione vengono erroneamente considerati "universali", ovvero, chi pensa una cosa, la farà sicuramente, qualora ne abbia – sintetizzando, ovviamente – volontà, talento e possibilità.
Questo impianto, però, genera subito un equivoco che le tre peculiarità elencate – al pari indispensabili e che analizzeremo più avanti – non riescono ad evitare, o meglio: c'è bisogno che tutte e tre siano presenti e soddisfatte (conditio sine qua non) affinché si possa e si voglia procedere correttamente.

Iniziamo con una metafora plausibile e ricorrente, ma non limitante.
Poniamo a confronto due categorie: l'intellettuale e l'agonista (allenatore e giocatore, se preferite, o pedine e pedoni negli scacchi).

Assunto
Il pensiero dell'intellettuale sarà più potente di quello dell'agonista, mentre la sua "spada-penna", sarà più debole, se poi non verrà seguita dai fatti che qualcun altro dovrà "interpretare" e/o attuare.
Per restare in metafora calcistica, un allenatore bravo senza una squadra forte può vincere poco o nulla.
Pertanto, in un romanzo o in un film – come d'altronde nella vita – si palesano, a salire: figuranti (comparse), personaggi, interpreti (appunto) e protagonisti (e antagonisti).

(Da non confondersi con «uomini, mezzi uomini, etc.», questo è un altro discorso che vedremo in un altro post.)

I figuranti o comparse
Si tratta, appunto, di figure anonime, che fanno soltanto da sfondo, ma, senza di esse – come spettatori o come comparse – alla scena mancherebbe qualcosa di fondamentale: la sensazione dell'opinione pubblica, del consenso o del dissenso; insomma, della "democrazia rassicurante", spesso fallace.
Sono quelli che salutano (non soltanto anziani, donne e bambini) i combattenti in partenza o esorcizzano il momento tirando ortaggi e uova marce a colui che è alla gogna o viene trasferito al patibolo sperando di non finirci (oppure tiravano monetine a Craxi o sputavano sul cadavere di Mussolini).
In un ambito militare rappresentano la truppa.
Sono gli orchi o i villici nel Signore degli Anelli, ma stesse categorie si possono trovare in tutte le saghe, come in Guerre stellari, ad esempio.

I personaggi

A differenza delle comparse, parlano e interagiscono, ma conferiscono anche ipotesi di dignità ai figuranti poiché essi – con un colpo di scena – potrebbero essere promossi da un momento all'altro a personaggi; però non avranno mai un ruolo decisivo o definito, per questo entrambi – sia figuranti che personaggi – non possono e non devono diventare interpreti.
Anche loro salutano e tirano ortaggi e uova marce, ma in prima fila, si fanno riconoscere, ce ne ricordiamo.
Sono i sottufficiali in ambito militare.
Sono genericamente gli elfi, i nani e gli hobbit o Shelob, nella fantasia tolkeniana.

Gli interpreti
Hanno un ruolo decisivo e/o definito, si muovono con sicurezza sulla scena oppure sono caratterizzati da eccessiva paura o timidezza; senza di loro la storia non potrebbe svolgersi, di solito muoiono (o spariscono) eroicamente o stupidamente, dipende dal ruolo.
Di più, la loro "scomparsa" può essere da sprone, essere la molla decisiva per la svolta della storia.
Possono essere, infatti, addirittura co-protagonisti o co-antagonisti.
Sono quindi coloro che vanno "a la pugna"; oppure finiscono alla gogna o al patibolo.
Sono ufficiali superiori.
Sono Boromir, Legolas e Gandalf, Vermilinguo e Gollum nel capolavoro di Tolkien.

Tutti componenti delle tre categorie citate finora "fanno" (o non fanno) qualcosa, mentre quelli che impersonificano la successiva – la più importante – non "fanno" soltanto qualcosa, ma "sono" anche qualcuno.
Vediamo.

I protagonisti
(o, più correttamente, proto-agonisti) e antagonisti.
Sono coloro che agiscono e reagiscono spalleggiati (o osteggiati) da personaggi e interpreti, ma questi non sono sufficienti a definirne importanza o coraggio, la grandezza, insomma, l'eroicità immortale.
La "figura" fondamentale in questo ruolo è l'ant-agonista, spesso negativa nei romanzi o lungometraggi "eroici", ma non necessariamente: in un film sulla mafia, visto dall'angolazione dei "cattivi", un capo mandamento è il protagonista negativo, mentre un magistrato è l'antagonista positivo, insomma, non si tratta di valori assoluti.
Sono i comandanti che si pongono alla teste delle truppe "buone", quelli dell'armiamoci e partite in quelle cattive.
Sono Frodo e Aragorn, Sauron (figurato) e Saruman (convertito), sempre nella saga citata.

Completata la carrellata di tipo "cinematografico-storico-militare", torniamo a chi fa che cosa e perché lo fa.
L'azione, dunque.
Da chi è pensata?
Da chi la pianifica, ma poi rimane alla propria scrivania?
Da chi è realizzata?
Da chi la pianifica e da quella scrivania poi si alza?
Oppure è una deduzione "plurale" che trova un "interprete" di comodo con smanie di "protagonismo"?
Come si inseriscono Berlusconi, Grillo, Casaleggio, Di Maio, Salvini e gli altri in questo quadro?

Difficile dirlo, ma in proposito concordiamo con Machiavelli il quale individua i "profeti armati" e quelli disarmati.
I primi avrebbero speranze di fare qualcosa e riuscire nell'impresa, perché sono ambiziosi, impegnati politicamente, schierati ideologicamente e – perché no – pronti ad imbracciare le armi, se necessario; mentre i secondi sono destinati comunque al fallimento, poiché il loro pensiero – seppur giusto – è sterile e non trova seguito, poiché mancante del traino, ma dispone soltanto di una spinta iniziale insufficiente.
I primi sono protagonisti* o antagonisti*, i secondi sono al più interpreti (ma più spesso sono personaggi) dei quali i primi si servono per portare a termine – o sabotare – l'azione.

*Gabriele D’Annunzio, André Malraux e Lord Byron – probabilmente "mitizzati" – rimangono tra i rari casi (relativamente recenti) nei quali sia il pensiero che l'azione sono stati frutto della mente e del braccio appartenenti a medesimo corpo.
NB. Bisogna distinguere le azioni "eroiche" da quelle di pura propaganda, spesso attuate con volontà e possibilità, ma senza talento, come vedremo in seguito.


Volontà, talento, possibilità
Inquadrati gli attori, vediamone le capacità.
Volontà e talento sono presenti in maniera inversamente proporzionale nelle figure estreme: i membri della "democrazia fallace" hanno molta volontà (in teoria), ma poco talento; mentre i protagonisti hanno probabilmente almeno un forte talento, ma scarsa volontà*.

*È più semplice raggiungere la vetta che rimanerci, una volta giunti, la "prudenza" è d'obbligo: ci si fa più male se si cade dal decimo piano che dal primo, ma si considera sempre che – in caso di alluvione – in alto si resta vivi e asciutti, però occorre anche evitare incendi nei quali periscono maggiormente gli abitanti dei piani alti.

La possibilità, invece, si può trovare indistintamente, anche se è più interconnessa* con il talento che con la volontà.

*In proposito, è bene ricordare che il TALENTO è una misura di peso, poi trasformata in valuta (valore) sulla base di quanto, appunto, "pesava" la singola moneta coniata in valore intrinseco ("a peso d'oro", ad esempio).
Successivamente, al TALENTO, è stato attribuito anche un significato etimologico di "dono del Signore" dalle molteplici accezioni: dalla concessione dell'agio del signore (detto signoraggio) a quella religiosa del "dono di natura", inteso come caratteristica peculiare fisica o possesso di capacità particolari, fino ai poteri "medianici" (spesso illusionistici, però).



Conclusione
Possedere molteplici talenti senza volontà (ved. parabola dei…) equivale ad avere volontà senza talenti, in entrambi i casi la "possibilità" è insufficiente.
E quindi a nulla vale averne in quantità: "Con un talento in più si è spesso più insicuri che con uno in meno: come il tavolo sta meglio su tre che su quattro gambe", come sembra abbia affermato Nietzsche, data la forma, ovviamente: un tavolo tondo sta bene su tre gambe, uno quadrato o rettangolare, no.
Il governo attuale poggia su tre gambe (Conte, Salvini, Di Maio), il che, se fosse una "tavola rotonda" (a proposito di saghe) evidenzierebbe una certa stabilità, ma siccome denuncia un talento mancante, si basa su un equilibrio precario.

sabato 6 ottobre 2018

Suicidio politico
La resa dei conti o i conti della resa?

Preambolo
 
Ho letto molto, ma ancora non abbastanza, sul suicidio spontaneo o indotto.
Tralasciando le tecniche utilizzate e i "suicidati" (si allargherebbe troppo il discorso), mi appoggio per semplicità nuovamente a due categorie che, a giudizio di molti, sono oramai desuete.
Se a livello cognitivo razionale ciò è probabilmente vero, non lo è per quanto riguarda l'inconscio (o subconscio) che si appella a un bipolarismo e a una dualità sia "egoica" che plurale, ma non pluralista, se non per interessi di bottega condivisa.
Cioè non stiamo insieme se la pensiamo allo stesso modo, ma se la pensiamo allo stesso modo potremmo essere uniti, salvo clausole in calce.

Potreste obiettare che anche questo scritto ha carattere dualistico, ma è necessario, in sede di analisi, porre a confronto.

I due* principali motivi di suicidio si suddividono in negazione della condivisione della propria vita (voi non mi meritate) e negazione dell'accettazione comunitaria (io non vi merito).
Ciò rinvia direttamente al suicidio pubblico "eroico" (o esplicitamente automartirizzante, più propriamente) del frustrato più o meno obiettivo che vuole dare "alto esempio" – pur avendo coscienza della velleità del gesto, tragicamente nobilitato nel nome di un convinto altruismo – oppure a quello privato con rinvenimento del cadavere, spesso corredato di bigliettino con saluti, scuse e ringraziamenti più o meno autentici.

* Probabilmente nulla di "eroico" in entrambi i casi, ma appunto si tratta – da una parte – di un martirio esplicito che chiede onori alla e dalla storia e – dall'altra – uno implicito, che della storia se ne frega.
Per distinguerli bisognerà capire (e non è difficile) se l'epitaffio sulla lapide lo hanno scritto loro prima di uccidersi, oppure se lo hanno scritto i loro cari dopo la sepoltura sulla base del bigliettino rinvenuto.

Si tratta di soggetti che hanno una visione coerente con l'immaginario di destra (se può esistere una "coerenza immaginaria"), oppure si tratta di un vittimismo più prossimo alla visione di sinistra (del proletario oppresso), ma tendente all'apolitico deluso.
Ovvero la sottile differenza tra il non aver paura di morire (fascismo eroico immaginario) e l'aver paura di vivere (tipico del sottoproletariato vessato o della perdita di status privilegiato non ideologizzata).
Quindi, i primi hanno motivazioni ideologiche altruistiche (o spacciate per tali) mentre i secondi hanno motivazioni meramente economiche egoistiche, ma autentiche.

L'altruista è un filantropo illuso e si aspetta dagli altri attenzioni spontanee, così come egli fa nell'ambito del possibile, d'altronde alcune cose non costano nulla, se non qualche minuto del proprio tempo.

L'egoista è un misantropo disilluso (spesso un ex filantropo deluso) che ha imparato a chiedere, ad esigere e, soprattutto, ad ottenere.

Quando ci si accorge che la seconda opzione è ben più remunerativa della prima, il processo è irreversibile, ma è a termine, poiché, chi chiede, otterrà fin quando ci sarà qualcun altro disposto a dare.
Pertanto il filantropo si "suiciderà" perchè non può più dare, il misantropo lo farà perché non può più chiedere*.

* Scrive in proposito Pierre Drieu La Rochelle, mentendo a se stesso, talentuoso suicida: 
«Quelli che restano, quelli che non si uccidono, sono coloro che hanno talento, che credono nel loro talento.»
a dimostrazione che c'è comunque un termine a tutto.

L'unico vantaggio che ha il suicida, a prescindere dalla tipologia, è che, rispetto ai "comuni mortali" (si distingue già per questo), decide – e quindi conosce esattamente – il momento del trapasso (forse incidendo anche sul destino degli altri) e compie un atto supremo che accomuna coraggio* e vigliaccheria come nulla altro può fare.

* Ben diverso dal morire in eroica battaglia con disparità di forze in campo.
Anche qui, però, ancora destra e sinistra, hanno approccio opposto: l'una mitizza chiedendo rispetto e onore, l'altra piange chiedendo commiserazione, probabilmente entrambe speculano quando usano i morti per un fine che non sia una semplice commemorazione.
Ma anche di questo parlerò in un capitolo di un libro di prossima pubblicazione.


Comunque ogni giorno nasce un furbo e un ingenuo, quindi il processo ha sviluppo più che millenario, fatti salvi accadimenti di portata mondiale che portano a decimare le popolazioni e ad accelerare i tempi.

Esaurito il lungo preambolo, veniamo al dunque
 
A proposito di furbi e di ingenui, ascoltando un comizio di Salvini e uno di Di Maio – non contestuali – ho ravvisato alcune caratteristiche interessanti dei due personaggi.
Partiamo da quelle comuni.
Sono entrambi abbastanza giovani, dispongono di energie più o meno riflesse generate dal consenso e credono nelle favole populiste.

Ed ora le differenze.

Salvini ha qualche anno in più, sia anagrafico, ma soprattutto di esperienza politica: si serve del populismo spontaneo, il partito è lui e lo sa, attira a bordo una massa talmente varia che è praticamente impossibile da incasellare, dai nordisti ai sudisti, dai neofascisti ai veterocomunisti delusi (ovviamente parlo di base, non di vertici).
Un mix di berlusconismo e "mussolinismo" (con cautela, però, il fascismo è altro).

Di Maio, invece, ha una esperienza politica quasi nulla, ma che – secondo i suoi elettori – è più un pregio che un difetto, anzi, è l'unico motivo per il quale siede lì: ha quindi bisogno del populismo veicolato da Grillo, il Movimento non è lui, lo sospetta, ma preferisce non pensarci.

Ora sono sugli altari e sono strafottenti, ma con sfumature diverse:

Salvini interpreta (non è) il bullo ripetente che si è finalmente diplomato, ma non disdegna un linguaggio triviale anche in sedi istituzionali, nelle quali sarebbe auspicabile maggior contegno.
Ricorda Adriano Celentano quando interpretò Rugantino: la parodia di un nordico che vuole piacere al centro-sud per far dimenticare le origini secessioniste della Lega.

Di Maio interpreta (non è) l'assistente universitario quando il titolare della Cattedra è in settimana bianca: vuol far credere che sia lui a decidere, sia per i suoi, sia come influenza sullo scomodo alleato di governo. Ci crede lui, pochi fedellissimi e ancora troppi che hanno votato 5 Stelle.

Visti gli altari, passiamo alle polveri: il 5 maggio 2019 potrebbe essere più che un anniversario francese.
Nel caso di perdita verticale di consenso, di "suicidio politico", che cosa farebbero i due "eroi/martiri"?
Che cosa farebbero i loro fedelissimi?
Dipenderà da quanto hanno dato e da quanto hanno ricevuto.
Filantropia e misantropia non possono essere mascherate per sempre.
Pierre Drieu La Rochelle sarebbe d'accordo.

Reddito di Cittadinanza

Le economie/finanze di uno Stato, di un'azienda privata, di una statale, di un condominio, di una famiglia rispondono a parametri assai diversi per essere correttamente determinate.
Il fallimento non è previsto, se i parametri sono corretti (o supportati).
Quando accade può dispiacere, può essere avvenimento grave o drammatico o addirittura tragico.
Ma non è la bancarotta fraudolenta ad essere un reato, lo è che sia data la possibilità di attuarla e, soprattutto, di farla franca.
La presunzione di evasione fiscale è, invece, l'altra faccia della medaglia, ovvero si consente ai furbetti di "provarci" e si annientano come fossero criminali i contribuenti che hanno subita una flessione negativa del fatturato per motivi peraltro non difficili da individuare, in due parole: pressione fiscale.
Che si spacci il reddito di cittadinanza per la panacea alla povertà è doppiamente disonesto: per presunta attuabilità e – nel caso fosse attuabile – per manifesta offesa alla dignità e nei confronti di chi da decenni paga tasse esorbitanti sul proprio fatturato.
Ribadisco, se l'azienda chiude, il gettito è pari a 0%, fenomeni.
Inoltre occorre considerare da dove provenga il dato maggiore sull'evasione, probabilmente non da scontrini non battuti, ma da plusvalenze (speculazioni) che sfuggono (?!?) ai controlli, dal gioco d'azzardo legalizzato, dalle manovrine a "mercati chiusi" e dai trucchetti relativi.
Pensare che il Mercato sia un moloch al quale sacrificare aziende e persone è sbagliato sia dall'angolazione complottista, sia da quella possibilista con posizione ineluttabile.
È una mia opinione, ovviamente, gli economisti non saranno d'accordo, ma d'altronde non possono segare il ramo sul quale stanno comodamente seduti.
Mi piace concludere con la frase di Luigi Einaudi che ogni economista dovrebbe tenere incisa nel marmo appesa ad una parete del proprio studio professionale:
“La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco”.
Se è vero come è vero che per visione umana la schiavitù deve essere eliminata, non capisco perché si percorrano strade che perseguono l'obiettivo opposto.

sabato 15 settembre 2018

1978-1998-2018

Quaranta anni imbarazzanti


Su "I fratelli della Garbatella"

Meloni, Berlusconi, Salvini (foto Archivio Repubblica)

20 anni fa, nel 1998, si andava a Milano per discutere se Linea fosse più fruibile sul tabloid o su "elefante", come chiamavano il formato 70/100 aperto, in rotativa.
Se fosse preferibile impaginarlo a sette o a nove colonne, in Frutiger o in Times, se si dovesse prevedere occhiello, titolo e catenaccio anche di spalla, pancia e piede, oltre che in "apertura di testa".
Se si dovessero alternare caratteri "bastoni" con "grazie".
Insomma, un problema molto discusso nell'ambiente, anche se di tutt'altro significato: "apertura di testa" con "bastoni" negli anni di "piombo" valeva sia in tipografia che nei ciclostilati delle sezioni clandestine nel '77-'78.

Ma erano periodi avventurosi, meno violenti o di una violenza diversa da quelli citati, comunque non condivisi dalla mia famiglia, titubante sugli esiti e timorosa degli effetti.
Mio padre ha sempre preferito lasciarmi sbagliare da solo (frutti e conseguenze saranno soltanto tuoi, diceva, ma cattivo profeta in parte, purtroppo) e mia madre non è mai stata una crocerossina, anche se negli ultimi anni sono loro ad aiutare me, anziché il contrario.

Partimmo.
Fummo accolti – in una redazione troppo ordinata che elaborava un noto periodico altrettanto elegante – da un distinto signore che conoscevo di fama e di vista, ma non di persona.
Egli dispensò consigli tecnici e discutemmo delle problematiche di un quotidiano, che peraltro conoscevo già bene.
Avevo 32 anni e avevo maturato in precedenza un'esperienza decennale nel settore, tuttavia, misi da parte la mia spocchia tecnica e aprii occhi e orecchie (forse turandomi il naso) più speranzoso che cosciente del fatto che avevo a "portata di mouse" l'occasione per salutare con sonora pernacchia (e gesto dell'ombrello) vecchi clienti tirchi ed editori meno avari, ma insopportabilmente bizzosi.
Cosa che – col senno del poi – mi è costata la terra bruciata intorno di oggi, sia sul piano commerciale che su quello politico.
Sopravvissero soltanto vecchie amicizie apolitiche consolidate che erano più intente a fornire aiuto morale anziché chiedere soldi, nonostante fossi sparito ai loro occhi per 13 anni, totalmente assorbito dal lavoro – estenuante – che svolgevo per Linea.
Li ringrazio: amicizia, lavoro e politica devono restare su piani distinti, l'ho capito a mie spese.

Torniamo a Milano.
Il viaggio andata e ritorno in treno senza pernottamento fu un tour de force, oggi non reggerei allo stress psicofisico, soprattutto pensando all'utilità reale che ebbe, ma era una "cosa da fare", fortemente "auspicata e consigliata" da Pino Rauti che riponeva una sincera ed oculata stima professionale ed ideologica nell'uomo distinto che incontrammo a Milano.
Dimostrando, peraltro, un'apertura mentale "nazionale" e non provinciale, se non comunale, se non "di quartiere", come quella evidenziata dagli articoli linkati in fondo sulla gestione di Fratelli d'Italia e di Giorgia Meloni.

Non perdiamo il filo, però.
Inizialmente provavo invidia (positiva) per quella persona affermata e sicura di sé, avrei voluto essere al suo posto, ma quasi subito razionalizzai: era già un ottimo risultato essere stato scelto dal Segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore come interlocutore degno di sedere a quel tavolo decisionale, in fondo egli aveva dimostrato stima anche in me, nel "signorino nessuno" che ero, ma più per merito guadagnato sul campo, che per blasone di famiglia: una rarità della quale sono tuttora fiero.

Tuttavia ero scettico – sono sincero – inoltre, tornare in quella Milano dove avevo prestato spensieratamente il servizio militare 12 anni prima, mi provocò un sentimento di amore-odio: non era più la Milano da bere Craxiana pre-tangentopoli di Pillitteri succeduto a Tognoli, era diventato il posto nel quale invidie e sospetti avevano preso il posto dell'imprevidente ottimismo edonista degli yuppies, sebbene Berlusconi (con Formentini, Albertini e poi Moratti) lasciasse sperare in aperture verso quella destra più moderata inaugurata da Gianfranco Fini, con Alleanza Nazionale, ma che finì come sappiamo, però, con l'esperimento fallimentare di Futuro e Libertà, una sorta di Liberi e Uguali visto da destra.

Ovunque carrozze e carrozzoni con predellino abbassato a disposizione per chiunque avesse "abiurato" il "Male assoluto", un esercizio di coerenza che, alla prova dei fatti, molti fallirono.
Chi per continuità e fedeltà intransigente alla "camicia nera", chi perché indossò (o tolse) la maschera che fino a quel punto gli aveva consentito – e gli avrebbe permesso – di continuare a galleggiare nello stagno politico post-tangentopoli.

È con sincera meraviglia che oggi leggo articoli sui "Fratelli della Garbatella", si tratta forse di un risveglio da quella che è stata negli ultimi venti anni l'illusione autodistruttrice della destra contemporanea?
Quella che ha visto i colonnelli lasciare il passo ai caporali, sperando che nuove verginità spalancassero le gambe ai vecchi marpioni, per intenderci.

Il tempo delle iene mascherate volge al termine, quindi: hic sunt leones, come piace ripetere a un caro amico.

http://www.destra.it/destre-al-bivio-per-fdi-uno-stop-definitivo-o-una-vera-ripartenza/
https://www.electoradio.com/mag/commentarii/la-destra-si-e-stufata-dei-fratelli-della-garbatella/

domenica 2 settembre 2018

IMMIGRAZIONE
Ancora sul "Cattaneo"

Scritto di Carlo Cattaneo risalente al 3 luglio 1848.
Sulle barricate contro l'invasore austriaco nelle 5 giornate di Milano,
quando il liberalismo auspicava "l'Italia degli italiani".

Sarò sincero, non avrei voluto scrivere quanto segue (non ho bisogno di altri nemici e spero di non essere frainteso), ma vi sono obbligato per amor di verità.
Pertanto non parlerò del tempo meteorologico, ma dei tempi bui che stiamo vivendo: spacco il capello in quattro perché non mi fido.
Di nessuno.
E faccio bene, dato il panorama.
A chi giova tutto ciò? Non lo so, per questo chiedo, indago, "sbertuccio" in maniera che può sembrare insolente: sono stanco di fanfaluche che gonfiano le vele a questa o a quella barca, ma non alla barca sulla quale stiamo tutti.

Dando per corretti i dati dell'analisi del rispettabile Istituto Cattaneo (poi vedremo in dettaglio) e i numeri ufficiali sull'immigrazione, in Italia "si vedrebbe triplo" nella percezione sulla presenza migratoria perché:
- non c'è una classe politica affidabile che dia l'impressione di amministrare correttamente;
- non c'è una informazione libera e svincolata da interessi di bottega, né "complottista", né main stream, pro o contro;
- siamo la "lunga e stretta portaerei del Mediterraneo" (con vantaggi e svantaggi, sicuramente);
- ospitiamo il Vaticano (o siamo ospiti del Papa?) che gestisce una vasta fascia di consenso elettorale, nel bene e nel male;
- siamo il punto di attracco più comodo, esteso e sguarnito (vedere Schengen).
- l'Europa non è quel che dice di essere, non lo è mai stata, fin dal 1815 ad oggi e bene facevano i massoni della Giovine Italia a non fidarsi, come me.

Ho letto Schengen e Maastricht allo sfinimento (non soltanto il depliant sotto, sciocchini), alla nausea, e – politichese e burocratese permettendo – ne ho ravvisato quei segni premonitori (non saprei se ingenuamente auspicati o ben mascherati da benefici per i Paesi aderenti) puntualmente avveratisi che hanno dato al populismo una ragion d'essere negli Stati che hanno risentito negativamente delle politiche imposte dai trattati firmati in nome e per conto dei popoli.
Altro che autodeterminazione.

Dimitris Avramopoulos, sarebbe interessante misurarne il consenso in Grecia.
Ragion d'essere probabilmente pretestuosa, ma questo è il risultato.
Per alcuni deprimente, per altri esaltante, è la politica, bellezza…

In altre parole, nelle altre nazioni (anche per configurazione geografica, soltanto Grecia e Spagna ci somigliano per posizione e disposizione), ipotizzo che il popolo si senta più tutelato, addirittura anche nelle "banlieue" (periferie) francesi, superato il momento del pugno di ferro di Sarkozy o il "pericolo" Le Pen, ma vedremo meglio nello svolgersi del ragionamento.

Questo il fatto inconfutabile, poiché sia i dati sul consenso populista, sia l'atteggiamento spavaldo dei comprimari o quello prudente – ma velenoso – degli avversari lo confermano.

Che l'analisi del "Cattaneo" sia rivolta agli specialisti (non alle "capre") e che ne facciano l'uso che ritengono giusto è fuor di dubbio, ma anche io – che sono un caprone testardo – ne faccio l'uso che ritengo giusto, sollevando perplessità in merito, non sulla sostanza generale, ma sul metodo di ripartizione utilizzato.
Ho diritto di parola, parlo, grazie. È la democrazia, …

NB. Non sono pagato né da loro, né dai "concorrenti", magari lo fossi: starei zitto "al calduccio" o sarei molto più critico, magari pagato da Salvini.

Ma veniamo al sodo, cioè all'analisi dello studio dell'Istituto Cattaneo, del quale avevo già fatto esame approfondito.

L'equivoco potrebbe nascere dal quesito posto, ovvero la domanda rivolta agli intervistati era la seguente:
«Per quanto ne sa Lei, qual è la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione complessiva in Italia? ».
Ma con postilla (non si capisce se comunicata all'intervistato):
«Va precisato che, in questo sondaggio, per “immigrati” si intendono soltanto le persone nate fuori dai confini dell’Unione Europea e che attualmente risiedono legalmente nel nostro Paese».

Doppio tranello?

1) domandare a un europeo o a un australiano quanti canguri ci sono nel mondo fornirà risposte molto diverse esattamente come domandare a un montanaro della Val di Fiemme o a un bagnino di Rimini quanti "vu cumprà" (scusate il "razzismo") ci sono sui litorali italiani; uno sbaglierà per difetto, l'altro per eccesso.
In sostanza – se di percezione si parla – chi ne vede di meno, immagina che siano di meno; chi ne vede di più, immagina che siano di più.
Lapalissianamente semplice.

2) ammesso e non concesso che la postilla sia stata recitata all'intervistato, come fa questi a sapere se chi vede o immagina (parliamo di percezione iniziale che genera lo studio, non dello studio finale) sia nato in Italia o altrove e che sia "naturalizzato"?

Ma proseguiamo.
È vero che su medesime domande negli altri Paesi a parità di condizioni (ceteris paribus) hanno risposto con minor margine di errore per eccesso, ma è anche vero che (cito ancora il "Cattaneo"):
«Il primo dato che emerge dalla nostra analisi (figura 1) è che, nell’intero contesto europeo, all’incirca un terzo dei rispondenti (31,5%) non sa fornire una risposta sulla percentuale di immigrati che vivono nei loro paesi.
In alcuni casi (Bulgaria, Portogallo, Malta e Spagna) la percentuale di chi non sa rispondere supera abbondantemente il 50%, mentre l’Italia si attesta al di sotto della media europea.
Infatti, gli italiani che non sanno rispondere sono “soltanto” il 27% del campione».


Come a dare per scontato che gli italiani hanno risposto di più e hanno la risposta pronta perché sarebbero più razzisti degli altri?
Ho frainteso?
Può darsi, ma questo lo leggiamo nella prima pagina, non nell'ultima, ad analisi completata.
È la stessa cosa?
Per niente.
La disposizione del testo è stata fatta dopo l'indagine e il dato è stato posposto?
Sicuramente, ma l'approccio psicologico di chi legge è assicurato in favore di una attendibilità del documento.

Attendibilità da verificare in ultima pagina, dove si legge come sia stato conseguito il dato finale in distribuzione di frequenza.


Nello specchietto in ultima pagina dello studio vengono riportate le percentuali rilevate sul campione analizzato.

Facciamo finta di non sentire gli scricchiolii del ponte Italia e continuiamo fiduciosi: prendiamo per buono il dato parziale acquisito.
Rimane la percezione "aumentata", quindi: bene (anzi, male), ho esposto riserva esauriente nel post precedente e ho cercato di argomentare in merito distinguendo sottotipologie di "razzismi" comunque egualmente deprecabili: ho ascoltato con il mio udito commenti di insospettabili "signore" che farebbero sembrare Hitler e Stalin due scolaretti innocenti.
Tuttavia ribadisco – e tenacemente – che nelle periferie la percezione non è affatto esagerata, lo vedo con i miei occhi, non con quelli di un sondaggio a campione ristrettissimo.

Ciò non toglie, anzi minaccia, che avallare le tesi del "Cattaneo" in una situazione bollente di dissenso e voto di protesta come questa potrebbe rivelarsi un clamoroso autogoal per chi volesse servirsene per smontare i populismi e le tesi di Salvini.
Come si dice, uomo avvisato…

Questo è il punto centrale: io ho analizzato il dato con conforto di cifre a confronto, ma il popolino non farebbe neanche questo, liquidando l'analisi come una contestazione a Salvini, aumentandogli il consenso in maniera esponenziale.

Ed ora una domanda, anzi alcune.

In periferia la densità di popolazione per Kmq è superiore che in centro o in quartieri residenziali, nonostante ciò, la presenza straniera è "percepita" assai elevata in proporzione.
Dovrebbe essere il contrario: dove ci sono più puntini "bianchi", quelli "neri" dovrebbero essere maggiormente "diluiti" e meno evidenti come massa, ma evidentissimi come eccezione, come lo è una goccia di sangue sulla neve.
Perchè, invece, in periferia la "neve" diventa "rossa", anzi "nera" (come presenze e come "fascismi")?
Forse perché in un appartamento alloggiano da 1 a 4 italiani e in quello attiguo di medesima ampiezza si affollano 20 extracomunitari?
Come dite?
Lo hanno fatto anche i nostri avi quando emigravano?
Benissimo, non dimentichiamolo: potremmo doverlo fare di nuovo anche noi.
Se gli extracomunitari "percepiti" avessero tutti diritto di voto, voterebbero forse Di Maio, più probabilmente PD e dintorni, ma non certo Salvini.
E se non hanno diritto di voto, perché non lo hanno?
Non sono regolari?
Un'ingiustizia?
Può darsi, ma, in caso affermativo, le tesi del "Cattaneo", andrebbero a farsi benedire da Bergoglio, che – infatti, imbarazzato – ogni giorno cambia versione sui fatti e dirotta gli "accolti" dal Vaticano sul territorio nazionale.

A sorpresa (ma neanche troppo, per chi capisce di spostamenti di bacini di voto) il consenso elettorale a Salvini, per "osmosi razzista", giungerebbe proprio da quelle fasce – per stessa ammissione del "Cattaneo"* – che quaranta anni fa avrebbero votato per Berlinguer e Compagni vari e che popolano le periferie, ma che oggi schifano delusi il PD e mal sopportano gli extracomunitari stipati nell'appartamento attiguo.
Mettere italiani contro italiani non è mai una bella idea, figurarsi mettere stranieri contro italiani.
Non parlo di etica, ovviamente, ma di opportunismo elettorale.

* Sulla questione cito di nuovo un passo dello studio dell'Istituto Cattaneo:

«Un altro fattore in grado di spiegare i diversi livelli nella percezione del fenomeno migratorio in Italia riguarda la sfera professionale dei cittadini.
In particolare, sono i lavoratori manuali o a bassa qualifica quelli che considerano maggiormente a rischio la loro occupazione e che, quindi, possono avvertire come una minaccia la presenza o l’arrivo di persone straniere.
Al contrario, i lavoratori che svolgono mansioni altamente qualificate non vedono necessariamente messo in pericolo il proprio posto di lavoro dagli immigrati.
Pertanto l’occupazione professionale degli intervistati potrebbe avere un effetto sui loro orientamenti nei confronti dell’immigrazione.
Dai dati riportati nella figura 6, sembra effettivamente essere questo il caso: i lavoratori appartenenti alle classi medio-alte tendono a sottostimare di circa 5 punti percentuali – rispetto al valore medio nel campione italiano (25%) – la presenza di immigrati in Italia.
Invece, tra chi ha una professione riconducibile alla classe operaia (specializzata e non-specializzata) la percentuale di immigrati tende ad essere ulteriormente sovrastimata, superando il 28%.»  


Come a dire: i poveracci sono razzisti per partito preso? (o per difesa del proprio lavoro e paura di perderlo non tutelati? aggiungo io), mentre i ricchi e i raccomandati non temono l'immigrazione dalle loro "torri d'avorio"? 
La frase «le barricate e li operai vanno insieme oramai come il cavallo e il cavaliere» dal passo di Carlo Cattaneo sembra esser stata dimenticata.

A prescindere dall'analisi, basata comunque su un campione, si evidenzierebbe un atteggiamento "classista", ovvero una sorta di razzismo al contrario verso gli italiani "meno fortunati" o ignoranti?

Inoltre – paradossalmente – i proletari "comunisti" delusi voterebbero il Salvini "fascista" o – i più ingenui – il Di Maio "onesto", mentre i componenti della classe medio alta (sempre meno numerosa) voterebbero o l'area berlusconiana e dintorni, oppure il PD, a seconda della simpatia "radical".
Se è vero come è vero che le urne premiano i numeri e che questi vengono dal popolo – appunto, numeroso – non c'è da meravigliarsi se l'esito delle votazioni sia stato quello ottenuto nelle ultime consultazioni elettorali.

Insomma, non è la strada ispirata dall'Istituto Cattaneo (e credo non sia nelle loro intenzioni ispirare nulla) quella da seguire per contrastare i populismi.

In chiusura, il curatore dello studio, Marco Valbruzzi, afferma:
«Nell’insieme, emergono dunque differenze sostanziali tra gli atteggiamenti degli italiani e quelli degli europei sulla questione dell’immigrazione e delle loro conseguenze socioeconomiche.
Almeno in parte, queste differenze sembrano essere anche il prodotto di una errata percezione del fenomeno migratorio: chi ne ingigantisce la portata, è indotto anche a ingigantirne le conseguenze.»


Sulla base di quanto ho argomentato in precedenza, siamo di fronte ad una conclusione non applicabile alla totalità degli italiani?
Probabilmente.

Ma subito dopo, quasi a minimizzarne l'importanza, aggiunge:
«Però, sarebbe sbagliato pensare che il tema dell’immigrazione sia soltanto una questione di mal-percezione: perché i suoi effetti sugli atteggiamenti dei cittadini sono concreti e reali.
Ed è soprattutto con quelli che la politica e i partiti devono fare i conti».


La montagna ha partorito il topolino?
È evidente che questo studio, fine a se stesso (in fin dei conti il "Cattaneo" svolge un compito apolitico, o almeno dovrebbe), non debba essere preso ad esempio e dimostrazione e rivelazione di chissà quale verità rivelata.
Cerchiamo di essere oggettivi nel già confuso contesto informativo.



Mi preme sottolineare che non giustifico, né avallo razzismi e populismi di alcun genere, semplicemente cerco di documentarmi e documentare e – soltanto dopo averlo fatto – cerco di porre a confronto le varie tesi, per quel che mi è possibile fare con i pochi mezzi che ho a disposizione.

La disinformazione o la sottile e subdola manipolazione dell'informazione possono nascondersi ovunque ed è sempre più difficile scovarle, nonostante (o malgrado) la diffusione capillare sia accessibile a tutti, purtroppo e per fortuna.

Rispetto il liberalismo e le teorie che hanno fatto del mondo un posto migliore (o almeno ci hanno provato), ma mi sento di affermare che i primi a dover essere riformati sono coloro che le riforme dovrebbero attuarle e che, soprattutto, non credono nel liberalismo, ma in tutt'altro, oppure in quello d'accatto rappresentato dal far assurgere a "tesi portante" un sondaggio a campione.

Non sono io a non rispettare il liberalismo autentico, anzi, ne studio l'attuazione: hai visto mai che domani toccherà a me fare qualcosa per questa Italia che amo, forse da timido patriota, ma non da sovranista ingenuo, né da nazionalista estremista, né da eroe, men che meno da martire (sempre che qualcuno non voglia "gambizzarmi" per quel che ho scritto).
Lo farò, se avverrà, semplicemente da italiano.



In appendice vorrei portare alla vostra attenzione questo passaggio tratto dal libro:


«La necessità di sminuire l’apporto popolare alle insurrezioni e il rischio che con questo prendesse vita un movimento rivoluzionario più forte e radicato nella popolazione italiana, con sempre maggiore consapevolezza dell’idea di unità nazionale, fu altrettanto forte nel versante avversario.
Non a caso, subito dopo la restaurazione seguita ai moti del 1848-1849, il giornale tedesco “Ausgsburger Allgemeine Zeitung”, ritenne opportuno sostenere la tesi che il movimento nazionale italiano fosse composto da “[...] un raggiro di pochi nobili, di pochi individui della razza bianca, la quale opprimeva e spolpava la razza bruna, indigena delle campagne d’Italia”.
Argomento questo agitato dalla stampa austriaca anche in altre parti inquiete dell’Impero, percorse dagli stessi nuovi fenomeni di partecipazione popolare di massa.»

«… pochi individui della razza bianca, la quale opprimeva e spolpava la razza bruna…»
Vi ricorda qualcosa?

venerdì 31 agosto 2018

IMMIGRAZIONE
RIFLESSIONE SULL'ANALISI DELL'ISTITUTO CATTANEO

"Il paese appartiene ai cittadini... non sono al servizio dei re, ma della patria!"

Il 27 agosto 2018 è stata pubblicata dall'Istituto Carlo Cattaneo (Fondazione di ricerca) una analisi dettagliata sulla situazione migratoria in Europa, con un occhio particolare all'Italia dal titolo: Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione

Ho "analizzato l'analisi", se mi concedete la licenza, e quel che segue sono le conclusioni, ma prima un po' di dati.

Al 31/12/2017 la popolazione censita e riscontrata come residente sul territorio italiano per l'ISTAT ammonta a 60.483.973 persone.
Tra queste, la popolazione straniera (tra comunitari ed extracomunitari regolari) ammonta a un totale di 5.144.440 pari, quindi, a poco più dell'8,5% del totale abitanti.
Tale percentuale è suddivisa in 2.471.722 maschi e 2.672.718 femmine.

Meglio suddivisi in:

Paese--Totale--Maschi--Femmine
Romania--1.190.091--505.961--684.130
Albania--440.465--225.103--215.362
Marocco--416.531--221.932--194.599
Cina (Rep. Popolare)--290.681--146.450--144.231
Ucraina--237.047--52.267--184.780
Filippine--167.859--72.599--95.260
India--151.791--89.749--62.042
Bangladesh--131.967--96.424--35.543
Moldova--131.814--44.309--87.505
Egitto--119.513--80.394--39.119
Altri Paesi--1.866.681--936.534--930.147

Pertanto, la percentuale assoluta comunicata e presa a base nel documento dal "Cattaneo" (7%) è inferiore di circa 1,5 punti percentuali rispetto al dato ISTAT nazionale aggiornato a dicembre 2017.
È diminuito in otto mesi dopo essere aumentato per otto anni?
Può darsi, ma dubito.
Questione di lana caprina, si dirà.

Non proprio, vediamo perché.

Innanzitutto – mentre la percentuale media è nazionale – la percezione è relativa al posto, visto che in periferia e in particolari zone i nuovi poveri sono in aumento ed è lì che attecchiscono gli insediamenti stranieri di fascia bassa – quella più numerosa – stando sempre ai parametri ISTAT che ho esaminato, e anche dove, per fascia culturale, i risultati del "Cattaneo" rilevano – correttamente – una "percezione" di presenza straniera superiore alla media del dato nazionale.
Ma nel dire quanto segue l'istituto fa del "razzismo civile" involontario o velato volendo combattere quello etnico?
La sentenza del "Cattaneo" sarebbe: gli ignoranti e i poveri sono più "razzisti" dei colti e dei ricchi.
Non è del tutto vero, anzi: ignoranti e poveri sono sicuramente coloro i quali hanno maggiori incontri/scontri con le etnìe "diverse", in sintesi conoscono dal vivo la situazione, anche se non hanno studiato.
Si chiama prova empirica e, fino a prova contraria, deve essere accettata come prova "scientifica", al pari – se non più – di teorie scritte, le quali necessitano appunto della prova dei fatti per essere confutate o avallate.
Quindi, a prescindere dal dato percentuale medio – generale ed assoluto – vi sono luoghi dove i dati delle presenze possono oscillare, ovvero scendere fino allo 0% in quartieri di lusso (o nelle palestre VIP), oppure arrivare al fatidico 25% percepito e più, dove la popolazione autoctona – tra l'altro – inizia a scarseggiare per problemi di convivenza dati dalle abitudini diverse dei gruppi etnici coatti e nella palestra di pugilato di periferia l'impresario "senza scrupoli" intravede un futuro campione di boxe tra quegli atletici ragazzi, morti di fame, appena sbarcati.
Pertanto, il dato relativo, in quei luoghi ha ben ragione di differire dal dato medio spalmato su tutto il territorio e su tutta la popolazione.

Sappiamo benissimo che nel Bronx, a maggioranza afro-americana, o a Little Italy, con la comunità italo-americana, vigono tuttora medesime condizioni.
E non è stato un bel vivere quasi per tutti.
In sintesi è quel che Carlo Cattaneo (lui, proprio lui) aveva definito nel "sostrato" (substrato) e "adstrato", ma che al "Cattaneo" oggi sembrano disconoscere o glissare.

Poi c'è la stima di massima – impossibile da quantificare in dettaglio, ma ottimistica, a mio giudizio – relativa agli irregolari o clandestini non censiti che ammonterebbe a sole circa 800.000* unità (sempre dati ISTAT).
Il che, però, porta la percentuale generale delle presenze straniere a sfiorare il 10% della popolazione totale.
In uno Stato che funzioni bene, sarebbe una percentuale quasi irrilevante; in Italia, invece, comporta un problema che non può che peggiorare, visto che le politiche di immigrazione, regolarizzazione e integrazione (più per doveri che per diritti) fanno acqua da tutte le parti.

*Il dato, ovviamente, varia di giorno in giorno, tra invisibili, identificati, espulsi e nuovi arrivi non ancora registrati.

La percezione, specialmente per quel che riguarda la presenza commerciale (non solo cinese, spesso senza controlli fiscali e senza registratore di cassa), è ben superiore e lascerebbe intuire un alto numero di irregolari "invisibili", ma che devono pur sopravvivere come schiavi negli scantinati (la situazione del tessile di Prato è nota), quindi consumano, anche se sempre meno di quel che producono per conto dei loro aguzzini connazionali.

Inoltre, si tratta dell'etnìa in maggior concorrenza nel commercio all'ingrosso – noto il blitz delle Fiamme Gialle a Roma presso CommerCity, dove "postazioni" cinesi (il 50% del totale presente) presentavano un fatturato assolutamente risibile e talmente incongruo rispetto al volume d'affari che quasi non giustificava le locazioni – e al dettaglio con la rappresentanza italiana, già provata dalla forte concorrenza della grande distribuzione, sia alimentare che di accessori vari (dagli alimentari, ai ristoranti, alle pizzerie, ai casalinghi, all'elettronica), la quale spesso attinge ad importazione cinese: la straordinaria somiglianza tra i prodotti "griffati" in vendita nei negozi "brandizzati" (per usare un orribile neologismo angloitaliano) e quelli rivenduti nelle migliaia di negozi cinesi sovente non evidenziano differenze qualitative, a volte anche di prezzo.
Non si tratta di falsi o copie contraffatte, si tratta di partite di medesima merce che viaggiano in un corridoio d'importazione parallelo.
Nonostante il lavoro della GDF, vi è tuttora penuria di controlli e mancanza di una regolamentazione fiscale adeguata da parte dello Stato: non può e non deve essere la microeconomia del cittadino – con il vituperato mantra "compra italiano" – a risollevare le sorti della macroeconomia nazionale, servono maggiori controlli, ma soprattutto regole sul cosiddetto commercio extracomunitario.

Ci sono molti immigrati perché fanno lavori che gli italiani non vogliono fare?

NO, FALSO. Sono lavori che gli italiani non possono fare: non conviene, non hanno né spalle coperte, né santi in paradiso, le spese e la tassazione azzerano i ricavi e spesso li superano.
Ma veramente credete che il susseguirsi di suicidi tra gli imprenditori "storici" sia imputabile alla sfortuna, ad un investimento sbagliato?
Chi afferma queste cose dimostra di non voler vedere oltre il proprio naso o orticello che sia.
In assenza di regolamentazioni, ognuno continuerà a fare quel che più gli conviene – è inevitabile, quasi giusto – ma così, il libero mercato, da sogno di libertà ed equità diverrà incubo e tomba dell'economia nazionale.
Tanto che le "casalinghe di Voghera" non comprano più italiano, ma quel che è venduto al prezzo più basso.

Ciò, tra l'altro, comporta una emorragia di capitali liquidi verso altri Paesi, sotto varie forme – basti pensare anche all'enorme numero di badanti straniere che trasferiscono valuta ogni mese – oltre a quelli che già fuoriescono più o meno dichiarati con il commercio online.
Venti anni fa scrissi un articolo in proposito proprio per non demonizzare l'ancora quasi sconosciuto e nascente commercio elettronico, ma se questo funziona a senso unico, l'andamento (il trend) non potrà che siglarne una brutta fine.
Non vedo preparazione al governo, né all'istruzione, alla ricerca, all'innovazione, né tra i vecchi, né tra i nuovi, che lasci sperare misure adeguate, le frontiere colabrodo per gli esseri umani sono ben poca cosa rispetto alle merci, ma non è affatto una questione svincolata.

In conclusione, penso che evidenziare un presunto "razzismo" generico degli italiani su basi che hanno riscontro soltanto nelle fredde statistiche a campione, non faccia altro che ottenere l'effetto contrario: chi non era "razzista", lo diventa.

Gli aguzzini bianchi nelle piantagioni di cotone negli "Stati del Sud" erano altra cosa, questa è sopravvivenza, non sfruttamento: è mors tua, vita mea.

Fatte salve le deprecabili speculazioni politiche – oculate o avventate che siano – le quali, comunque, hanno fatto in modo che "regioni rosse" diventassero, per protesta, "grilline" o "fasciste", altro termine utilizzato a sproposito, se non per la sua accezione nazionalista, forse patriottica che non sarebbe dispiaciuta neanche al Carlo Cattaneo del '48.

Sembra proprio che il pericolo vero venga sempre da nord, ma ci fanno credere che venga da sud?