domenica 28 ottobre 2018

Una rilettura di Sciascia
Uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà


Dopo il post sul pensiero e l’azione (volontà, talento, possibilità), dove in un passaggio citavo le categorie nel titolo di quello odierno, ho pensato di parlarne usando delle metafore che – a mio giudizio – si prestano a descriverle.
Ora, quindi, dopo aver esaminato le caratteristiche degli attori in scena – chi fa (o non fa) qualcosa tra comparse, personaggi, interpreti e protagonisti – passiamo ad analizzare le peculiarità intrinseche delle azioni, ovvero se esse abbiano accezione positiva o negativa in funzione di chi le auspica o le deplora è – soprattutto – perché esse debbano essere compiute o boicottate.

Supponiamo che un’operazione debba essere realizzata.
Essa può avere, appunto, un fine positivo (ad es.: salvare una vita umana) o negativo (ad es.: compiere un attentato terroristico).
A prescindere da quale sia la sua finalità, si dirà che – se portata a compimento – l’azione avrà avuto “buon esito”, svuotando il significato di “buono” dell’accezione positiva, tipica invece del buon (lieto) fine, inteso sia come scopo positivo prefissato, che "finalmente" ottenuto.

Pertanto, se medici, chirurghi, vigili del fuoco, forze dell’ordine in genere, siano riusciti nell’intento di salvare una vita in pericolo oppure se sicari esecutori, mandanti e criminali in genere abbiano conseguito l’obiettivo del loro fare, dal loro diverso e opposto punto di vista, parleranno comunque di “buon esito” in caso di realizzazione del risultato.

Per comprendere meglio scomodiamo una serie di operazioni algebriche dando per assunto definito – è pur sempre un’analisi cinica, ma non è questo il luogo di dimostrazioni matematiche dettagliate – che [(+) X (+)] = (+), [(-) X (-)] = (+) e [(+) X (-)] = (-).

Dove, però, distinguendo:
- il primo fattore moltiplicatore ha “VALORE RELATIVO” all’azione – positiva o negativa – da compiere;
- il secondo ha “VALORE RELATIVO” al successo o meno dell’operazione in questione (“buon esito”, ma non necessariamente lieto fine);
- il prodotto (risultato) ha “valore assoluto” positivo o negativo, ovvero se si è verificato o meno ciò che è giusto per convenzione benigna: “il bene che trionfa sul male”*.

*O almeno così dovrebbe essere, ma – come sappiamo – quasi mai lo è, visto che il bene comune assoluto è impossibile da conseguire: nella quasi totalità dei casi si ricava maggior profitto nel danneggiare gli altri che nel fornire loro aiuto.
Già non è semplice non fare al "prossimo", figuriamoci il fare.
Insomma, un favore si paga, un dispetto è gratis, magari soltanto per il gusto di affossare qualcun altro, anziché elevare se stessi: è meno impegnativo e fornisce l’illusione al consenso che caratterizza di solito il comportamento del politicante, il quale adotta il più semplice “lui è peggiore di me”, anziché il “io sono migliore di lui”.
Come già detto altrove, nel primo caso basterà boicottare l’operato dell’avversario per fare bella figura, nel secondo occorre “produrre” prove delle proprie capacità; se queste mancano, la prima opzione è anche l’unica disponibile e attuabile.
Per questo motivo si può affermare che con un avversario intelligente si discute, con un nemico malintenzionato si lotta, ma contro un cretino siamo indifesi: egli non è prevedibile poiché, anziché agire, reagisce a casaccio alle sollecitazioni.


Vediamo in pratica

1) [Si tenta di salvare una vita (+ relativo)] X [ci si riesce (+ relativo)] = VITA (+ assoluto).
2) [Si tenta di salvare una vita (+ relativo)] X [non ci si riesce (- relativo)] = MORTE (- assoluto).
3) [Si pianifica un attentato (- relativo)] X [non ci si riesce (- relativo)] = VITA (+ assoluto).
4) [Si pianifica un attentato (- relativo)] X [ci si riesce (+ relativo)] = MORTE (- assoluto).

Ai “fattori” possiamo sostituire ogni “necessità” (uscire dall'euro, ad esempio), azione pianificata e relativo risultato.

Le conseguenze del fare

Elaborazione grafica di un fotogramma da "Stati di allucinazione".

Innanzitutto, consideriamo che ognuno di noi, nello svolgere un compito, ha un COSTO, un VALORE e un PREZZO.
Un rating personale, potremmo azzardare.

Il COSTO oggettivo è relativo alla “professionalità” effettiva ed ha connotazione assoluta in casi confermati da preparazione, esperienza, etc. che stabiliranno il valore del "professionista" o "mestierante";
il VALORE, quindi, o si ha o non si ha (come il coraggio manzoniano), ma potrebbe essere ingiustamente attribuito con dati falsati e spacciati per autentici;
il PREZZO dipende dalla situazione economica in cui si trovano gli attori protagonisti e se ne stabilisce la rispettiva categoria sulla base di costo e valore.
Insomma: si mercanteggia, ma entro i limiti stabiliti, oltre i quali è opportuno non andare (in Borsa si parlerebbe di eccesso di ribasso o di rialzo), pena lo stallo delle trattative che non è utile ad alcuno (cui prodest?).

Analizziamo più approfonditamente

Se si è professionisti di “valore” riconosciuto, il prezzo sarà congruo alla prestazione (NB: nel mondo perfetto);
se si è “senza arte, né parte” e senza “valore” (oppure confinati arbitrariamente nell'ambito), invece, il prezzo sarà definito da parametri probabilmente non corretti e sarà caratterizzato da un’elevata entità della promessa fatta, ma da un compenso scarso, se non nullo*.

* Ribasso e rialzo.

In entrambi i casi, comunque, dipende dal “potere contrattuale” contrapposto, composto dalla domanda e dall’offerta.
Presupponendo (a ragione) che in città VALGA più un chilo d’oro e nel deserto VALGA più un litro d’acqua, i COSTI passano in second’ordine e quindi il PREZZO è stabilito su base di utilità (oro) o necessità di sopravvivenza (acqua).
In altre parole, in città (city) si mercanteggia e si tratta; nel deserto, no: lì è soltanto chi vende (offerta) a fare il prezzo, e chi compra (domanda, ma sarebbe più opportuno dire supplica) a dover scegliere se vivere o morire.


Conclusione


Le categorie inventate da Leonardo Sciascia – drammaticamente aderenti alla realtà ed ancora attualissime – popolano l'Italia e, purtroppo, si sono alternate al governo, anche in quello attuale.
Siamo passati da una gestione prona alla UE ad una ribellione scriteriata, mentre sarebbe stata ben più opportuna una strategia e una tattica più prudente, più intelligente e anche più furba: a brigante, brigante e mezzo.

Così come è stata impostata la politica economica europea, portare avanti politiche sovraniste senza saperle maneggiare con cura significa spostarsi dalla città al deserto, all’isolamento economico che potrebbe portarci a dover accettare condizioni capestro addirittura peggiori di quelle attuali.
Non dobbiamo subire tutti i dictat europei, insomma, ma neanche cercare di sottrarvisi con teorie strampalate e gesti inconsulti.

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